venerdì 17 luglio 2020

I capri espiatori di Caporetto

Il 24 ottobre 1917 è la data storica di Caporetto, un'offensiva congiunta dell'esercito Austroungarico e di quello tedesco ai danni del Regno d'Italia durante la Grande Guerra.
L'offensiva pianificata dai 2 stati maggiori seppe sfruttare i punti di forza degli eserciti attaccanti: una maggiore capacità tattica, una migliore organizzazione ed un equipaggiamento di miglior qualità, il sostegno delle etnie nei territori austroungarici occupati dall'esercito italiano, nuove strategie offensive, ecc.
Una volta che l'offensiva austro-tedesca ebbe luogo, l'alto comando italiano si rivelò una delle principali cause della disfatta non riuscendo ad arginare nel breve periodo l'attacco. Infatti possiamo leggere in molti rapporti e memorie di ufficiali e sottufficiali austro-tedeschi della loro sorpresa di non incontrare resistenza in molti settori dell'offensiva e di accorgersi di come sarebbe bastata una migliore organizzazione italiana per causare molti problemi e perdite durante l'attacco. Un esempio lo possiamo trovare nei resoconti del colonnello tedesco von Rango, a capo del 3° Jager passò le 2 linee difensive e constatò l'assenza di una strategia italiana per la difesa in profondità con le truppe nemiche concentrate in capisaldi con ampi varchi tra l'uno e l'altro, quindi facili da sfruttare per l'attuazione della strategia dell'infiltrazione.

<< Durante il tiro nemico le nostre batterie rimasero quasi tutte silenziose ed in perfetta efficienza. Alcune di esse fecero fuoco cadenzato, per iniziativa dei loro comandanti di gruppo e di batteria. Pochi comandanti chiesero ai loro superiori l'autorizzazione di far fuoco, ma non fu accordata. Qualcuno che già aveva cominciato il tiro, ebbe l'ordine di sospenderlo. >>

<< La nostra artiglieria, essendo preparata solo per l'offensiva, non s'era mai trovata nel caso di dover far fuoco contro truppe mobili marcianti all'attacco delle nostre linee. Le batterie avevano sempre fatto fuoco con il tiro inquadrato e preparato su bersagli fissi, e non erano state istruite al fuoco contro bersagli in movimento. >> 

Caviglia.



In seguito alla ritirata oltre il Tagliamento e poi successivamente oltre il Piave l'alto comando italiano scaricò la responsabilità di ciò che era successo all'esercito e alla truppa con discorsi di "scioperi" sul fronte; il 28 ottobre il bollettino recitava: 

<< vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico. >>

Questo atteggiamento da parte delle alte sfere militari, in particolare verso la 2° armata, venne cavalcato anche dalla propaganda bellica già fortemente aggressiva verso i prigionieri di guerra e a farne le spese furono proprio gli accusati: sia da parte di altri soldati italiani nei campi di prigionia tedeschi e austroungarici , sia da parte dello stato che più volte bloccava le corrispondenze/le consegne verso i prigionieri in territorio nemico e sia da parte di molte famiglie martellate dalla propaganda.




Contenuto della lettera inviata dal padre in risposta ad una richiesta di necessità
<< Tu mi chiedi di mangiare, ma a un vigliacco come te non mando nulla: se non ti fucilano quelle canaglie d'Austriaci ti fucileranno in Italia. Tu sei un farabutto, un traditore; ti dovresti ammazzare da te. Viva sempre l'Italia, morte all'Austria e a tutte le canaglie tedesche: mascalzoni. Viva l'Italia viva Trieste italiana. Non scrivere più che ci fai un piacere a morte le canaglie. >>

Risposta di un prigioniero italiano al padre
<< Non mi degno di chiamarvi ancora padre avendo ricevuto la vostra lettera dove lessi che ho disonorato voi e tutta la famiglia. Perciò d'ora in poi sarò il vostro grande nemico e non più il vostro Domenico. >>

[ Andar per trincee sul carso della Grande Guerra. Lucio Fabi, Transalpina editore.
Aneddoti, scritti ed immagini dal fronte. Luigi Damiano, La Piava editore.
Caporetto. Alessandro Barbero, Laterza ]



mercoledì 8 luglio 2020

Il piede da trincea

Si tratta di una patologia che fece la propria comparsa nell'ottobre del 1914 sul fronte franco-tedesco con numerosissimi casi. Tuttavia si può trovare una descrizione completa di questa malattia da un chirurgo dell'armata napoleonica nel 1807, Dominique Larrey. Chiamata in diversi modi: pieds geles, gangrène séche, causèe par le froid, gangrène de congélation dimostra l'ennesima sottovalutazione del conflitto da parte degli Stati Maggiori delle potenze belligeranti.
Questa patologia colpiva quasi esclusivamente i soldati nelle trincee di prima linea, in particolare quelli in servizio di guardia, vedette e truppe di rincalzo, ovvero tutti coloro che erano costretti a rimanere fermi per un lungo periodo di tempo a causa della vicinanza al nemico.


Altri fattori determinanti legati alla comparsa di questa patologia erano il freddo, l'umidità ma soprattutto tutte le cause capaci di determinare un rallentamento del circolo sanguigno di ritorno della gamba (es: fasce molettiere) e come detto prima, l'immobilità nelle trincee: il risultato finale era la comparsa di fenomeni necrotici di parte o di tutto il piede.




Si stima che nell'esercito italiano ci siano stati dai 100000 ai 300000 casi di piede da trincea, anche se i dati non possono essere al 100% attendibili perchè spesso questa malattia poteva essere scambiata per un caso di congelamento, soprattutto perchè all'inizio del conflitto la comunità medica non sapeva come classificare e affrontare questo fenomeno. Sul fronte italiano le prime misure di prevenzione vennero effettuate nel 1917, anche se ci saranno numerosi casi di mancanza di osservazione da parte di molti militari.
Le misure preventive consistevano in frequenti ispezioni delle calzature, che le fasce molettiere non fossero eccessivamente strette, si evitava l'eccessiva immobilità dei soldati, l'installazione di pedane e gratticci nelle trincee, depositi di calze e scarpe, utilizzo di unguenti, uso delle sovracalze in tela.
Tuttavia il problema del piede da trincea non fu mai risolto del tutto, ne possiamo trovare delle testimonianze anche nella Seconda Guerra Mondiale, nella Guerra di Corea, nella Guerra del Vietnam e nella guerra delle Falklands.

<< Gli uomini muoiono nel fango, così come muoiono per i proiettili, ma in modo più terribile. Il fango è dove gli uomini affondano e - cosa peggiore - dove anche la loro anima affonda. L'inferno non è fuoco, sarebbe l'ultima delle sofferenze. L'inferno è fango. >> 
Le Bochophage, giornale di trincea francese. 


Fonti:

A. Rubini, 1914 - 1918 La Grande Guerra, Vita quotidiana p.59.

L'Esercito italiano nella Grande Guerra. Il piede da trincea. Mario Stefano Peragallo  

domenica 5 luglio 2020

1915, La dichiarazione di guerra


Il 23 maggio 1915 l'ambasciatore d'Italia, il duca d'Avarna con l'appoggio esterno di manifestazioni interventiste capeggiate dal nazionalista Gabriele Dannunzio, dai socialisti Mussolini e Corridoni, il sindacalista De Magistris e l'appoggio interno da parte del consiglio dei ministri in accordo al segreto "Patto di Londra", consegnava la dichiarazione di guerra al ministro degli esteri austroungarico.


<< Secondo le istruzioni ricevute da S.M. il Re suo augusto sovrano, il sottoscritto ha l'onore di partecipare a S.E. il ministro degli Esteri d'Austria-Ungheria la seguente dichiarazione: già il 4 del mese di maggio furono comunicati al governo Imperiale e Reale i motivi per i quali l'Italia, fiduciosa del suo buon diritto, ha considerato decaduto il Trattato d'Alleanza con l'Austria-Ungheria, che fu violato dal Governo Imperiale e Reale, lo ha dichiarato per l'avvenire nullo e senza effetto ed ha ripreso la sua libertà d'azione. Il Governo del Re, fermamente deciso di assicurare con tutti i mezzi a sua disposizione la difesa e i diritti degli stessi italiani, non trascurerà il suo dovere di prendere contro qualunque minaccia presente e futura quelle misure che siano imposte dagli avvenimenti per realizzare le aspirazioni nazionali. S.M. il Re dichiara che l'Italia si considera in stato di guerra con l'Austria-Ungheria da domani. Il sottoscritto ha l'onore di comunicare nello stesso tempo a S.E. il ministro degli Esteri austro-ungarico che i passaporti sono oggi consegnati all'ambasciatore Imperiale e Reale a Roma. Sarà grato se vorrà fargli consegnare i suoi. Duca d'Avarna. >> 

L'imperatore d'Austria e re d'Ungheria Francesco Giuseppe rispose con un manifesto:

<< Il Re d'Italia mi ha dichiarato guerra. Un perfido sotterfugio commesso dal Regno d'Italia contro i suoi alleati come mai nella storia si era visto.
Dopo un'alleanza durata più di trent'anni, durante i quali l'Italia poté incrementare l'espansione verso nuovi territori e veder diventare floride le sue condizioni siamo stati da essa abbandonati in quest'ora di pericolo ad affrontare da soli i nostri nemici.
Non abbiamo minacciato l'Italia e non abbiamo reso meno la sua autorità, il suo onore ed i suoi interessi. Abbiamo sempre risposto lealmente ai nostri doveri di alleati ed accordato la nostra protezione. Di più, quando l'Italia pretese riguardo le nostre frontiere, sì da mantenere la pace e la collaborazione come buoni alleati, risolvemmo la questione con sacrificio del buon padre di famiglia. L'Italia che credette opportuno sfruttare la situazione non accettò e così, la questione deve essere risolta. Durante dieci mesi di intenso conflitto, le mie armate sono risultate vittoriose al nord, grazie alla leale collaborazione con il nostro illustre alleato e la nuova minaccia a sud non è per noi un problema. Le importanti memorie di Novara, Mortara e Lissa, che costituirono l'orgoglio della mia giovinezza, lo spirito di Radetzky, dell' Arciduca Albrecht e di Togetthoff che è vivo tra le mie forze di terra e di mare, garantiscono la nostra vittoria anche a sud; difenderemo i confini della Monarchia.
Saluto le mie truppe, avvezze alla vittoria. Faccio affidamento su di esse e sulle loro guide. Faccio affidamento sul mio popolo il cui incomparabile spirito di sacrificio merita il mio plauso. Prego l'Onnipotente di benedire la nostra bandiera e farci omaggio della Sua preziosa protezione nella nostra giusta causa.
Vienna, 23 maggio 1915.
Imperatore Francesco Giuseppe >>

E con la presentazione del "libro rosso" in risposta al "libro verde"che il governo italiano aveva presentato alla camera dei deputati contenente i documenti riguardanti le trattative dal 9 dicembre 1914 al 4 maggio 1915, dove si era cercata una mediazione per il mantenimento della neutralità italiana tramite concessioni territoriali impossibili da accettare per l'impero Austroungarico sia a causa della necessità di Trieste come porto dell'impero e sia a causa della fedeltà all'impero dimostrata dai deputati italiani del parlamento asburgico.
Un esempio lo possiamo trovare nel discorso del deputato cattolico-popolare del Friuli Luigi Faidutti, che in un discorso in parlamento dopo l'entrata in guerra dell'Italia si rivolse all'imperatore assente in aula:

<< Eccellenza! In questo solenne e doloroso istante non so dir altro, che ringraziare a nome mio, dei signori colleghi qui presenti e di tutta la fedele popolazione da noi rappresentata, per le parole di conforto e per le promesse di soccorso, che vostra Eccellenza a noi ha rivolto. Piaccia a vostra eccellenza di accettare ancora una volta la professione dell'incrollabile attaccamento del nostro popolo alla Monarchia e l'assicurazione, che in questo momento di dolore e di sciagura è più sincera che mai, che noi tutti, quel mai avvenga riconosciamo un solo Padre, un solo Sovrano, l'amatissimo nostro Imperatore. Dica Vostra Eccellenza, quando avrà occasione a Sua Maestà, che questi sono anche oggi, come sempre e fino all'ultimo respiro, i nostri sentimenti. >>        

   
Fonti:

[ Aneddoti, scritti e immagini dal fronte. Luigi Damiano; la piave editore.
Italiani d'Austria, i deputati italiani al parlamento Asburgico (1907-1918). Gian Francesco Cromaz, Aviani&Aviani editori. 
Andar per trincee sul Carso della Grande Guerra. Lucio Fabi, Transalpina editore.]

Falco e Carzano